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Tabella dei vari tipi di carboidrati nella cellulite

Una volta introdotti nell’organismo i carboidrati vengono scissi e trasformati in glucosio che rappresenta l’elemento utilizzato dal nostro organismo a scopo energetico. 

Il glucosio, attraverso la circolazione epatica, viene liberato nel sangue per essere trasportato alle cellule che lo utilizzano.

La velocità di trasporto del glucosio e il suo utilizzo dipende dalla concentrazione di insulina nel sangue.

Quando il glucosio è in eccesso, le cellule lo immagazzinano sotto forma di glicogeno; oltre la quota massima di immagazzinamento, l’eccesso di glucosio viene trasformato in grasso.

Tutte le cellule dell’organismo sono in grado di accumulare del glicogeno, ma quelle che ne contengono maggiormente sono le cellule epatiche (5-8% del loro peso) e quelle muscolari (1% del loro peso).

L’utilizzo del glucosio a scopo energetico da parte delle cellule richiede la presenza di ossigeno; in carenza di ossigeno si instaura un processo energetico molto dispendioso per la cellula (glicolisi anaerobia) alla fine del quale si forma, all’interno della cellula, l’acido lattico che diffonde nei liquidi extracellulari e in altre cellule vicine. 

La presenza di acido lattico rappresenta un ostacolo al processo di glicolisi e solo la sua eliminazione, che normalmente avviene subito dopo aver respirato ossigeno, permette una ripresa della normale funzione energetica cellulare. Questo però avviene dove l’ossigeno è in grado di arrivare veicolato dal sangue, dunque laddove la circolazione è valida.

Il tessuto adiposo superficiale, soprattutto nelle regioni inferiori del corpo delle donne, le stesse interessate dalla cellulite, ma anche all’addome e alle braccia, potrebbe essere interessato da una riduzione della vascolarizzazione dello strato muscolare sottostante (vedi bibliografia). La perdurante presenza di acido lattico sarebbe la causa del dolore che spesso le donne con cellulite riferiscono e che, al momento della visita, si rende evidente alla palpazione delle regioni interessate.
Ma soprattutto, la presenza di acido lattico, spiegherebbe la difficoltà del raggiungimento del risultato in quelle stesse regioni che si vogliono migliorare: la perdita di peso o di grasso avverrebbe, infatti, nelle regioni dove il grasso è maggiormente vascolarizzato (volto e seno in particolare) contribuendo ad aumentare il disformismo tra le regioni superiori ed inferiori del corpo e a dare alla donna un aspetto non proprio salutare (viso emaciato). Questo avviene in particolare nelle pazienti che abitualmente non praticano attività sportiva e che presentano vari problemi circolatori e linfatici. In queste pazienti, continuare e perseverare con la riduzione dell’introito calorico nella speranza di ottenere perdita in centimetri alle gambe, non solo è inutile, fino a rasentare un accanimento terapeutico, ma può essere dannoso.

In questo caso è d’obbligo migliorare la circolazione delle gambe e delle parti inferiori del corpo, migliorare il deflusso linfatico, anche per mezzo di apparecchiature specifiche o di massaggi ben fatti, e convincere la paziente ad iniziare un’attività sportiva costante e maggiormente adatta a lei e allo scopo. Ciò farà in modo che lo strato muscolare sottostante il tessuto adiposo superficiale sia più vascolarizzato, dunque più ossigenato e, in tal modo si elimini l’acido lattico, riprendendo una valida funzione glicolitica. Allo stesso modo, il grasso superficiale, eliminato l’ostacolo allo svolgimento delle sue funzioni metaboliche rappresentato dalla presenza di acido lattico, potrà ricevere i segnali lipolitici dai vari ormoni e, in tal modo, liberare il grasso al suo interno, riducendosi e migliorando l’aspetto a “buccia d’arancia” della cute al di sopra.
Quando le riserve di glucosio scendono al di sotto della norma, una certa quota di glucosio si forma a partire dalle proteine e dai grassi (gluconeogenesi). 

Grazie alla gluconeogenesi, l’organismo è in grado di sintetizzare fino a 130 g circa di glucosio in condizioni di digiuno (130 g x 4cal = 520kcal). Tale quota risulta comunque insufficiente a soddisfare le esigenze dei tessuti che possono utilizzare solo il glucosio a scopo energetico, come il cervello e i globuli rossi in cui non è possibile ricavare il glucosio.

Una dieta equilibrata dovrebbe contenere circa il 60% di carboidrati, soprattutto rappresentati da carboidrati complessi, mentre la quota di zuccheri semplici dovrebbe essere all’incirca del 10%.

Regolazione ormonale del metabolismo dei carboidrati.

L’insulina è un ormone prodotto dal pancreas e la sua secrezione è direttamente influenzata, momento per momento, dalla quota di glucosio nel sangue. Il suo effetto è quello di permettere alle cellule di utilizzare il glucosio che, in presenza di insulina, rappresenta il prodotto energetico preferenziale per l’organismo: il suo utilizzo a scopo energetico è quello che consente all’organismo un maggior risparmio energetico (utilizzando il glucosio si disperdono minori calorie). 

Proprio per il fatto di favorire l’utilizzo del glucosio, l’insulina favorisce  l’accumulo, oltre che dello stesso glucosio, degli altri principali substrati energetici dell’organismo (lipidi e proteine).

 

In base alla loro azione nei confronti del glucosio, altri ormoni come il glucagone, l’adrenalina, il cortisolo e il GH, sono detti della contro-regolazione o contro-insulari proprio perché la loro azione è opposta a quella dell’insulina: essi vengono prodotti in seguito all’abbassamento dei valori di glicemia, riportando nella norma i valori secondo una velocità di azione che varia da ormone ad ormone.

Così, per lo stesso motivo, essi stimolano l’utilizzo dei grassi, delle proteine e delle riserve di glucosio (glicogeno).

 

L’ormone che regola la trasformazione delle proteine in glucosio (gluconeogenesi) è il cortisolo la cui azione risulta dunque essere catabolica nei riguardi delle proteine: riduce la massa muscolare per la produzione di energia. 

Parleremo in seguito della dieta crono metabolica: quella cioè che tiene conto dei ritmi ormonali e metabolici nella giornata; ciò che va detto adesso è che se durante la prima parte della giornata si assumono poche calorie e soprattutto pochi carboidrati, per quanto l’attività fisica, non quella sportiva, ma la normale attività lavorativa possa richiedere poca energia, il rischio è che anche quella poca energia, in carenza di glucosio venga tratta dalle proteine per l’azione del cortisolo, in considerazione del fatto che è proprio durante la prima parte della giornata che il cortisolo ha il suo picco massimo di produzione. Si consideri poi se si utilizza l’intervallo del pranzo per recarsi in palestra e per svolgere qualsiasi altra attività sportiva: il risultato sarà quello di un impoverimento della quota proteica se non si assume una giusta quota di carboidrati. Nel corso della visita, a queste considerazioni, qualche giovane paziente mi risponde affermando che siccome va in palestra per perdere peso allora sarebbe inutile se prima deve mangiare.

Queste stesse giovani clienti avranno con molta probabilità un aumento nel sangue del CPK, enzima che si trova nei muscoli e che indica la demolizione muscolare e, all’esame impedenziometrico valori molto più alti della percentuale richiesta di massa grassa che per una giovane donna dovrebbe essere all’incirca del 22% del peso.

 

Anche la tiroxina (ormone tiroideo) incrementa la formazione di glucosio a partire dalle proteine. Ma la tiroxina ha anche un effetto di stimolo della sintesi proteica, soprattutto nell’accrescimento. La sua importanza in questo ambito risiede nel fatto che molte donne sono oggi in terapia sostitutiva con L-Tiroxina per varie patologie tiroidee e che la sua assunzione è notoriamente mattutina (1/2 h prima di colazione); ebbene se la dose di L-Tiroxina fosse in eccesso pur lieve, si avrebbe un effetto combinato con il cortisolo proprio nella mattina. 

Dunque, è consigliabile consumare un’adeguata colazione o di assumere un leggero spuntino durante la mattina.