Il “Pellaro” dei Potenti

il pellaroUn corridoio fitto di foto di celebrità italiane porta dritto dritto al suo studio di Roma. Ma incuriosisce di più un volume un po’ consunto, con la copertina in una lingua indecifrabile, che Marco Gasparotti, chirurgo plastico che festeggia trent’anni di attività, tiene come una reliquia sulla sua scrivania. Quando gli chiedo di che cosa si tratta, lui preferisce cambiare discorso: «È stato sfortunato: se fosse arrivato un’ora prima, avrebbe incontrato sulla porta un’attrice che ha deciso di togliersi qualche annetto…».
E invece chi è la signora in copertina sul libro?
«Lasci perdere, è una storia vecchia. Non era venuto per chiedermi quanti politici italiani ricorrono al lifting? Sono tanti. Anche qualche ministro».
Scusi, ma il libro sulla sua scrivania mi ha fatto cambiare idea. Di che cosa parla?
«È scritto in serbo. E lei è Mira Markovic, moglie di Slobodan Milosevic (il presidente della Serbia, accusato di crimini contro l’umanità, scomparso nel 2006, ndr). C’è una dedica di gratitudine: un regalo di dieci anni fa»
Come mai? Su, non faccia il misterioso.
«Ha visto L’ultimo re di Scozia con Forest Whitaker? Nel film lui è il dittatore ugandese Amin Dada che trattiene un giovane medico scozzese, un po’ per capriccio, un po’ per necessità. A me è capitata una cosa del genere con Milosevic».
Ovvero lei sarebbe rimasto in «soggiorno obbligato» a Belgrado alla corte di Milosevic?
«Era il 1994, venni avvicinato da alcuni stranieri. Dissero di appartenere al corpo diplomatico. Mi chiesero se ero disponibile a imbarcarmi da Ciampino per la Serbia con un aereo militare».
Non ha fatto domande? Non era spaventato?
«Restarono sul vago, dissero solo che un presidente aveva bisogno dei miei servigi. Decisi di buttarmi e poche ore dopo venni ricevuto da Milosevic che mi chiese un consiglio medico-estetico per la moglie. La operai a Belgrado».
Perché chiese proprio di lei? Era già famoso?
«Un anno prima avevo operato un bambino vittima della guerra in Bosnia. Andavo spesso a Belgrado via Budapest. Mi ero fatto un nome e anche una certa clientela tra le signore dell’ex blocco sovietico».
Quanto tempo si fermò in Serbia?
«Un mese. Mi avevano ritirato il passaporto. Milosevic conosceva i nomi dei miei genitori e persino dei miei cani Vito e Pompeo. Comunque tutti molto gentili con me, eMilosevic sembrava tutto tranne che un feroce dittatore. Mi aveva preso in simpatia perché lo guardavo negli occhi».
Lei poteva muoversi liberamente?
«Era un Paese in guerra. Mi portavano a qualche manifestazione del regime in mimetica, circondato da persone armate».
Si è mai pentito di aver aiutato un criminale di guerra?
«Io non sapevo chi fosse veramenteMilosevic. Ci ho pensato a lungo: ma ho fatto solo il mio lavoro, con una certa paura. Perché la voglia di essere attraenti è irrefrenabile, anche in tempo di guerra».
Che cosa intende lei per bellezza?
«Bellezza significa anche saper “indossare” un seno rifatto. Un buon chirurgo studia corpo e comportamenti».
È questo il segreto per avere clienti famosi e soddisfatti?
«La moderazione è vincente. Gli operati e contenti sono quelli che non puntano troppo in alto. Se una donna è già avvenente di suo, può al massimo accentuare un particolare. Negli Stati Uniti si è arrivati alla follia di creare sfregi artificiali per caratterizzarsi. In Italia è proibito».
Torniamo ai politici. Bussano in molti alla sua porta?
«Di ogni rango e schieramento. Hanno capito che l’immagine ha un suo valore».
In quali circostanze le chiedono un consulto?
«Spesso prima delle campagne elettorali. Vogliono mini lifting, botox, blefaroplastica, liposuzioni dei fianchi. Tutto quanto può aiutare a sentirsi più in ordine».
Come tutela la loro privacy?
«Della Markovic ho parlato perché lei non ne faceva mistero. E saluto i miei clienti solo se lo fanno loro per primi».
Si è mai sentito un chirurgo di serie B?
«Sono quasi un artista. Ma in famiglia, dove siamo chirurghi da generazioni, mi chiamano il “pellaro”».

Giovanni Audiffredi per “Vanity Fair” – Foto di Adolfo Franzò
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